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Food miles Se vi capitasse di entrare in un ristorante e, aprendo il menu, di trovare la dicitura menu a km 0, non vi spaventate: non vi presenteranno pezzi di automobile accomodati su un letto di rucola, ma piatti ottenuti da ingredienti reperiti solamente nel territorio nel quale quel ristorante è sito. Il menu a chilometri zero risolve praticamente la problematica del food miles, cioè lo spazio inutile percorso da un cibo (o da una bevanda) per arrivare in un posto dove quel cibo (o quella bevanda) sarebbe egualmente producibile. Con le conseguenze facilmente immaginabili di far salire il prezzo del prodotto finale e favorire l’inquinamento, per via del trasporto; di far aumentare le possibilità d’incidenti, visto che l’80% delle merci in Italia viene spostato su gomma; di innescare un meccanismo per il quale le aziende di produzione non vivono più per le esigenze del loro territorio, ma per ciò che chiede il mercato, sradicandole dal loro contesto più prossimo. Rimane dunque abbastanza oscura la ragione per la quale i consumatori e la ristorazione non preferiscano prodotti locali. Oscura anche quella per cui a livello politico non si promuova una nuova economia orizzontale che accorci la filiera produttiva e distributiva: non permettendo che esistano aree depresse ed altre ricchissime, favorendo una territorializzazione della produzione del cibo che quindi consideri i fabbisogni particolari, evitando gli sprechi, rivalutando i saperi tradizionali, promuovendo un’azione comune che consideri l’ambito geografico e produttivo. Foraggiando i prodotti locali e non il localismo, si favorisce la biodiversità e si caratterizza ogni territorio per le sue peculiarità enogastronomiche invece dell’assurda omologazione alla produzione globale, dove ciò che deve essere coltivato muta ogni anno in base alle convenienze delle quotazioni della borsa agricola di Chicago (i cui indici difficilmente scontentano le multinazionali del settore). L’assurdità per la quale questi meccanismi si creano sono figli dell’esasperazione dell’economia come competizione, inaccettabile per il settore cibo, perché tutti hanno il diritto di mangiare: ha già creato troppi perdenti questa concorrenza sfrenata, dove malnutrizione e obesità sono facce della stessa medaglia, e ha già dimostrato di essere un modello perdente perché consuma risorse e territorio dando in cambio non altro che denaro e disparità, creando perdenti che poi diventano poveri, che poi diventano affamati, che infine diventano morti da contare. Il menu a km 0 è uno strumento semplice che ispira la ricerca di un commercio diverso e nuovo: un commercio dove da sfondo ci sono compratori accorti e attenti a ciò che acquistano, che produce e distribuisce non inquinando, che rende così la giusta remunerazione a chi realmente lavora per il cibo e non agli inutili intermediari. In giro per il Belpaese sono nate diverse iniziative anti-chilometraggio: al Politecnico di Torino la mensa che ha 1500 utenti giornalieri prepara pasti solo con prodotti locali; nel Parco Nazionale dell’Appennino tosco-emiliano l’ente gestore s’è accordato con i ristoratori che operano all’interno dell’area del parco per l’assemblaggio di menu local; la stessa cosa hanno fatto ad Aosta le istituzioni con i ristoratori del centro; a Padova la Coldiretti ha segnalato la nascita della prima osteria a km 0. Nei Castelli Romani, purtroppo, queste eco-novità non paiono aver incontrato favori. Anzi, pochissime persone conoscono il significato della locuzione food miles. Ma non c’è da meravigliarsi. Stiamo parlando di un territorio letteralmente sventrato nel corso degli anni: l’antica accoglienza offerta ai pastori della transumanza e la storica produzione vitivinicola sono stati, negli anni, progressivamente cancellati trasformando l’area in un ennesimo esempio di cultura urbanistica mangia spazio, quella dell’edilizia residenziale. Roberto Muzi La dittatura della velocità Intervista a Carlo Petrini di Alessandra Retico, tratta dal quotidiano "la Repubblica" del 24 Aprile 2009 Cita Seneca: "La vita non è breve, ma lunga. Siamo noi che la bruciamo". Il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, combatte da vent'anni contro la dittatura della velocità, "colpevole non solo di mali diffusi, di stress, d'insoddisfazione, di alienazione, ma anche dell'attuale crisi mondiale". Che intende? "La finanza creativa è l'estremizzazione di un intero sistema valoriale fondato sulla velocità. Ha creato un'economia virtuale dove conta cosumare, farlo in fretta e subito ricominciare. L'essenza della nostra società si fonda sulla rapidità, bisogni indotti, sprechi. Una frenesia che ci ha ridotti a questo punto di recessione, svuotati di significati e beni". La lentezza è un bel concetto, ma a volte troppo vago, anacronistico. "Mi spiace chiamarla una medicina ometopatica. Sarei folle se pensassi che funziona per tutti e sempre, che è fine a se stessa. Serve se ci somiglia. La lentezza è un governo della propria libertà. A volte servono decisioni svelte, a volte occorre riflettere. Ecco, questo è il momento storico perfetto per recuperare calma: per non fare altri errori, per scegliere la cosa ci piace di più." Non sempre è possibile, le obietteranno. Tralasciare qualche mail, stare con chi amiamo, mangiare locale, inventarsi il proprio ritmo, decidere che il tempo, e perfino quello libero, esiste. E' più che possibile un'alternativa alla tirannia del mondo globalizzato, basta seguire il ritmo della terra e la fisiologia della natura. Fa bene alla salute e costruisce un'economia finalmente partecipata". |